In autunno torna ma con sei puntate invece di quattro “Vieni via con me”, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano tanto odiato da esponenti dell'attuale maggioranza, e mal digerito dal direttore generale della Rai Masi per il successo registrato. Almeno è nelle intenzioni. Lo ha annunciato il direttore di Raitre Paolo Ruffini: la seconda edizione è « prevista sempre in autunno e vorremmo fare due puntate in più, sei invece di quattro». Nel frattempo lo scrittore si è detto “disgustato” da Berlusconi che, dopo la pubblicazione di “Gomorra”, disse che quel libro diffamava l'Italia. Saviano ha parlato oggi a Radio2, al programma di Chiara Gamberale “Io, Chiara e l'oscuro”: «La cosa che più mi disgusta tra quelle fatte da Berlusconi? Potrei dare molte risposte, do quella che mi riguarda personalmente, che mi ha tolto il sonno di una notte: quando ha detto che ho dato supporto promozionale alle mafie, scrivendo il mio libro. Ha detto che chi racconta queste cose diffama il paese, lo mette in cattiva luce. È una roba terribile, sia perché ha infangato la memoria delle persone morte per raccontare di mafia, molte in italia, e sia perché ha perso un occasione». Per lo scrittore invece «L'italia, raccontando le storie di mafia, dimostra che è altro dalla mafia, che ha una cultura inversa a quella dell'omertà e soprattutto (e questa è l'occasione persa), il mondo quando deve affrontare il problema mafioso, dal Messico alla Russia, si rivolge all'Italia perché abbiamo una giurisprudenza antimafia tra le migliori della terra. Questo bisognava sottolineare, non dire che chi racconta infanga, ma invitare semmai gli italiani che all'estero sono sotto pressione per il luogo comune 'mafia'».
venerdì 11 marzo 2011
TORNA "VIENI VIA CON ME" SAVIANO: «DISGUSTATO» DA PREMIER
In autunno torna ma con sei puntate invece di quattro “Vieni via con me”, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano tanto odiato da esponenti dell'attuale maggioranza, e mal digerito dal direttore generale della Rai Masi per il successo registrato. Almeno è nelle intenzioni. Lo ha annunciato il direttore di Raitre Paolo Ruffini: la seconda edizione è « prevista sempre in autunno e vorremmo fare due puntate in più, sei invece di quattro». Nel frattempo lo scrittore si è detto “disgustato” da Berlusconi che, dopo la pubblicazione di “Gomorra”, disse che quel libro diffamava l'Italia. Saviano ha parlato oggi a Radio2, al programma di Chiara Gamberale “Io, Chiara e l'oscuro”: «La cosa che più mi disgusta tra quelle fatte da Berlusconi? Potrei dare molte risposte, do quella che mi riguarda personalmente, che mi ha tolto il sonno di una notte: quando ha detto che ho dato supporto promozionale alle mafie, scrivendo il mio libro. Ha detto che chi racconta queste cose diffama il paese, lo mette in cattiva luce. È una roba terribile, sia perché ha infangato la memoria delle persone morte per raccontare di mafia, molte in italia, e sia perché ha perso un occasione». Per lo scrittore invece «L'italia, raccontando le storie di mafia, dimostra che è altro dalla mafia, che ha una cultura inversa a quella dell'omertà e soprattutto (e questa è l'occasione persa), il mondo quando deve affrontare il problema mafioso, dal Messico alla Russia, si rivolge all'Italia perché abbiamo una giurisprudenza antimafia tra le migliori della terra. Questo bisognava sottolineare, non dire che chi racconta infanga, ma invitare semmai gli italiani che all'estero sono sotto pressione per il luogo comune 'mafia'».




In autunno torna ma con sei puntate invece di quattro “Vieni via con me”, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano tanto odiato da esponenti dell'attuale maggioranza, e mal digerito dal direttore generale della Rai Masi per il successo registrato. Almeno è nelle intenzioni. Lo ha annunciato il direttore di Raitre Paolo Ruffini: la seconda edizione è « prevista sempre in autunno e vorremmo fare due puntate in più, sei invece di quattro». Nel frattempo lo scrittore si è detto “disgustato” da Berlusconi che, dopo la pubblicazione di “Gomorra”, disse che quel libro diffamava l'Italia. Saviano ha parlato oggi a Radio2, al programma di Chiara Gamberale “Io, Chiara e l'oscuro”: «La cosa che più mi disgusta tra quelle fatte da Berlusconi? Potrei dare molte risposte, do quella che mi riguarda personalmente, che mi ha tolto il sonno di una notte: quando ha detto che ho dato supporto promozionale alle mafie, scrivendo il mio libro. Ha detto che chi racconta queste cose diffama il paese, lo mette in cattiva luce. È una roba terribile, sia perché ha infangato la memoria delle persone morte per raccontare di mafia, molte in italia, e sia perché ha perso un occasione». Per lo scrittore invece «L'italia, raccontando le storie di mafia, dimostra che è altro dalla mafia, che ha una cultura inversa a quella dell'omertà e soprattutto (e questa è l'occasione persa), il mondo quando deve affrontare il problema mafioso, dal Messico alla Russia, si rivolge all'Italia perché abbiamo una giurisprudenza antimafia tra le migliori della terra. Questo bisognava sottolineare, non dire che chi racconta infanga, ma invitare semmai gli italiani che all'estero sono sotto pressione per il luogo comune 'mafia'».
giovedì 10 marzo 2011
DANTE: «COI TEMPI CHE CORRONO, L'8 MARZO È TORNATO IMPORTANTE»
L’8 marzo Emma Dante l’ha passato in teatro, al Palladium di Roma, per preparare il debutto romano (ieri) della sua già rodatissima Trilogia degli occhiali. «Coi tempi che corrono la festa delle donne è tornata importante per ciò che continua a rappresentare» dice. «Io l’ho festeggiata lavorando perché per me lavorare è sempre una festa. E fare il mio lavoro al meglio mi sembra il modo migliore di celebrarla». La Trilogia (Acquasanta, Il castello della Zisa, Ballarini) è anche un libro, appena uscito da Rizzoli. Parla della capacità/incapacità di vedere con il consueto impasto di lingua in dialetto, scurrile, carnale che in teatro diventa tutt’uno coi corpi martoriati degli attori, forzati fino al limite, contorti, urlati. «Anche se in questo spettacolo c’è così tanta dolcezza e malinconia da sorprendere prima di tutto me stessa, in fondo è uno spettacolo romantico». Libri i suoi non di trama, ma di accadimenti, libri che sono testi teatrali in un modo che nulla spartisce col teatro di parola, la Trilogia degli occhiali come Carnezzeria (Fazi). «Anche se la parola è importante comunque, sia quando è centrale come nel monologo di Acquasanta, sia quando procedo per sottrazione, come negli altri due testi». Si affretta, Emma, a dire che lei non è una scrittrice, che il teatro resta al centro dei suoi interessi, che lei è nata attrice. Non era nei suoi progetti scrivere e diventare una regista. Ma a 31 anni torna da Roma nella sua Palermo e si sente un’attrice fallita. Allora, due anni dopo, nel ’99, fonda una compagnia sua, Sud Costa Occidentale, per sperimentare il teatro che le piace. Ogni spettacolo è un successo, in Italia e all’estero, viene letteralmente ricoperta di premi e riconoscimenti. Finché nel 2009 debutta nella regia lirica con una Carmen che divide, si becca i primi fischi della sua vita e l’esperienza deve ancora farle male perché quando si nomina Carmen Emma, inavvertitamente abbassa gli occhi fieri, sempre malinconici, e si mette sulle difensive. La descrivono dura fino al sadismo come regista, ma non c’è traccia di questa leggendaria cattiveria nella donna gentile e appena eccentrica (una frezza biondo/bianca fra i capelli, una lunga treccina bionda tormentata in continuazione, un anello gigante fra le dita) che in mezzo alle poltrone vuote del teatro risponde alle domande senza pose e senza ritrosie, saettando intorno quel suo sguardo drammatico, opaco di un vecchio dolore. «Forse una volta ero un po’ talebana» ammette. «Ma sono cambiata, ora sono più tranquilla. Certo, resto esigente, però se fossi un uomo nessuno me lo rimprovererebbe... Il mio teatro tende a violentare i corpi degli attori, è vero, ed è richiesta una grande partecipazione, rigore. Quando vengono meno m’incazzo. Però non sono io a essere violenta, è la domanda che mi faccio a esserlo. Perché io m’interrogo sempre sull’essere umano, che è atroce». L’essere umano che le interessa è povero, malato, vecchio, di scarto insomma. Oppure terribilmente prepotente, primitivo. Come nel suo unico romanzo, Via Castellana Bandera (pubblicato da Rizzoli nel 2008) da cui progetta di trarre un film. Ha già scritto la sceneggiatura con Giorgio Vasta ed è in cerca di un produttore. Anche quel libro, dice, non l’ha scritto pensandosi romanziera, no. Lei l’ha scritto pensando al cinema, per questo la sceneggiatura le è venuta così bene, c’era già il cinema dentro. «Scrivere non è il mio talento» insiste. «Ma la storia che racconto è davvero capitata a me e non potevo farmela sfuggire. Siamo state due ore una di fronte all’altra». Come in un duello: due donne restano imbottigliate in una strada stretta di Palermo e nessuna delle due cede il passaggio all’altra. «Il cinema m’interessa come esperimento. Io trovo il mio baricentro nello sperimentare, fa parte della mia ricerca. Se poi il film dovesse andare male, mi avrà comunque dato qualcosa, non mi spavento». Dice che lavorare con uno scrittore come Vasta, un siciliano che vive al nord e ha una visione di Palermo diversa dalla sua, è stato un arricchimento. Palermo Palermo Palermo. Che non la ama, che non la sostiene, che se ne frega del suo lavoro. Che a lei è impossibile lasciare nonostante tutto. Va fiera Emma della sua autonomia, però non le va giù l’indifferenza della sua terra per l’amore che lei mette nel teatro, per le difficoltà che incontra persino un’artista dal prestigio internazionale come lei. «Dei tagli alla cultura, al teatro, soffriamo tutti, anche gente come noi che non ha mai preso una lira dalla regione e dallo stato, mai chiesto un finanziamento pubblico». A Caltanissetta ha curato per anni un festival che è stato fatto morire nel silenzio. «Far girare gli spettacoli è complicato, le tournées vengono tagliate all’ultimo momento, ridotti i soldi che ti offrono. I produttori non rischiano su spettacoli nuovi. Io uno spettacolo lo provo per due mesi, faccio laboratorio prima di andare in scena. Agli attori che stanno con me devo garantire una situazione continuativa e le paghe devono essere all’altezza della loro disponibilità. Quando sono io il produttore, se lo spettacolo fa fiasco, rinuncio alla mia paga. E nella sitazione di grande indigenza in cui versa il teatro italiano non si può più contare sulla forza di uno spettacolo. Non mi si dica che la povertà può diventare un incentivo per la fantasia: io già faccio teatro povero. Non giro con i camion: tutta la Trilogia degli occhiali entra in qualche valigia. Dove altro devo tagliare?» I costumi da sempre se li fa da sola e sono parte importante degli spettacoli. «Sono la pelle dei personaggi. Anche per Carmen ci ho pensato io». Suo marito (dal 2007), in compagnia dall’anno precedente, è l’attore Carmine Maringola (anche bravissimo fotografo), un «creattore», lo definisce. Di quelli cioè che intervengono nel farsi di uno spettacolo, attori/autori. «Non sono prevaricatrice come si dice, lascio che le cose accadano e spesso la mia idea iniziale viene stravolta in corso d’opera». Purché il teatro non sia intrattenimento, ma «qualcosa di mostruoso che mi pervade», purché in pieno sole lei possa raccontare «l’ombra intorno».




L’8 marzo Emma Dante l’ha passato in teatro, al Palladium di Roma, per preparare il debutto romano (ieri) della sua già rodatissima Trilogia degli occhiali. «Coi tempi che corrono la festa delle donne è tornata importante per ciò che continua a rappresentare» dice. «Io l’ho festeggiata lavorando perché per me lavorare è sempre una festa. E fare il mio lavoro al meglio mi sembra il modo migliore di celebrarla». La Trilogia (Acquasanta, Il castello della Zisa, Ballarini) è anche un libro, appena uscito da Rizzoli. Parla della capacità/incapacità di vedere con il consueto impasto di lingua in dialetto, scurrile, carnale che in teatro diventa tutt’uno coi corpi martoriati degli attori, forzati fino al limite, contorti, urlati. «Anche se in questo spettacolo c’è così tanta dolcezza e malinconia da sorprendere prima di tutto me stessa, in fondo è uno spettacolo romantico». Libri i suoi non di trama, ma di accadimenti, libri che sono testi teatrali in un modo che nulla spartisce col teatro di parola, la Trilogia degli occhiali come Carnezzeria (Fazi). «Anche se la parola è importante comunque, sia quando è centrale come nel monologo di Acquasanta, sia quando procedo per sottrazione, come negli altri due testi». Si affretta, Emma, a dire che lei non è una scrittrice, che il teatro resta al centro dei suoi interessi, che lei è nata attrice. Non era nei suoi progetti scrivere e diventare una regista. Ma a 31 anni torna da Roma nella sua Palermo e si sente un’attrice fallita. Allora, due anni dopo, nel ’99, fonda una compagnia sua, Sud Costa Occidentale, per sperimentare il teatro che le piace. Ogni spettacolo è un successo, in Italia e all’estero, viene letteralmente ricoperta di premi e riconoscimenti. Finché nel 2009 debutta nella regia lirica con una Carmen che divide, si becca i primi fischi della sua vita e l’esperienza deve ancora farle male perché quando si nomina Carmen Emma, inavvertitamente abbassa gli occhi fieri, sempre malinconici, e si mette sulle difensive. La descrivono dura fino al sadismo come regista, ma non c’è traccia di questa leggendaria cattiveria nella donna gentile e appena eccentrica (una frezza biondo/bianca fra i capelli, una lunga treccina bionda tormentata in continuazione, un anello gigante fra le dita) che in mezzo alle poltrone vuote del teatro risponde alle domande senza pose e senza ritrosie, saettando intorno quel suo sguardo drammatico, opaco di un vecchio dolore. «Forse una volta ero un po’ talebana» ammette. «Ma sono cambiata, ora sono più tranquilla. Certo, resto esigente, però se fossi un uomo nessuno me lo rimprovererebbe... Il mio teatro tende a violentare i corpi degli attori, è vero, ed è richiesta una grande partecipazione, rigore. Quando vengono meno m’incazzo. Però non sono io a essere violenta, è la domanda che mi faccio a esserlo. Perché io m’interrogo sempre sull’essere umano, che è atroce». L’essere umano che le interessa è povero, malato, vecchio, di scarto insomma. Oppure terribilmente prepotente, primitivo. Come nel suo unico romanzo, Via Castellana Bandera (pubblicato da Rizzoli nel 2008) da cui progetta di trarre un film. Ha già scritto la sceneggiatura con Giorgio Vasta ed è in cerca di un produttore. Anche quel libro, dice, non l’ha scritto pensandosi romanziera, no. Lei l’ha scritto pensando al cinema, per questo la sceneggiatura le è venuta così bene, c’era già il cinema dentro. «Scrivere non è il mio talento» insiste. «Ma la storia che racconto è davvero capitata a me e non potevo farmela sfuggire. Siamo state due ore una di fronte all’altra». Come in un duello: due donne restano imbottigliate in una strada stretta di Palermo e nessuna delle due cede il passaggio all’altra. «Il cinema m’interessa come esperimento. Io trovo il mio baricentro nello sperimentare, fa parte della mia ricerca. Se poi il film dovesse andare male, mi avrà comunque dato qualcosa, non mi spavento». Dice che lavorare con uno scrittore come Vasta, un siciliano che vive al nord e ha una visione di Palermo diversa dalla sua, è stato un arricchimento. Palermo Palermo Palermo. Che non la ama, che non la sostiene, che se ne frega del suo lavoro. Che a lei è impossibile lasciare nonostante tutto. Va fiera Emma della sua autonomia, però non le va giù l’indifferenza della sua terra per l’amore che lei mette nel teatro, per le difficoltà che incontra persino un’artista dal prestigio internazionale come lei. «Dei tagli alla cultura, al teatro, soffriamo tutti, anche gente come noi che non ha mai preso una lira dalla regione e dallo stato, mai chiesto un finanziamento pubblico». A Caltanissetta ha curato per anni un festival che è stato fatto morire nel silenzio. «Far girare gli spettacoli è complicato, le tournées vengono tagliate all’ultimo momento, ridotti i soldi che ti offrono. I produttori non rischiano su spettacoli nuovi. Io uno spettacolo lo provo per due mesi, faccio laboratorio prima di andare in scena. Agli attori che stanno con me devo garantire una situazione continuativa e le paghe devono essere all’altezza della loro disponibilità. Quando sono io il produttore, se lo spettacolo fa fiasco, rinuncio alla mia paga. E nella sitazione di grande indigenza in cui versa il teatro italiano non si può più contare sulla forza di uno spettacolo. Non mi si dica che la povertà può diventare un incentivo per la fantasia: io già faccio teatro povero. Non giro con i camion: tutta la Trilogia degli occhiali entra in qualche valigia. Dove altro devo tagliare?» I costumi da sempre se li fa da sola e sono parte importante degli spettacoli. «Sono la pelle dei personaggi. Anche per Carmen ci ho pensato io». Suo marito (dal 2007), in compagnia dall’anno precedente, è l’attore Carmine Maringola (anche bravissimo fotografo), un «creattore», lo definisce. Di quelli cioè che intervengono nel farsi di uno spettacolo, attori/autori. «Non sono prevaricatrice come si dice, lascio che le cose accadano e spesso la mia idea iniziale viene stravolta in corso d’opera». Purché il teatro non sia intrattenimento, ma «qualcosa di mostruoso che mi pervade», purché in pieno sole lei possa raccontare «l’ombra intorno».
mercoledì 9 marzo 2011
VECCHIONI, GUERRITORE, BUSI...80 PIAZZE PER LA COSTITUZIONE
Sul palco della manifestazione dedicata alla Costituzione organizzata per sabato 12 marzo alle 14 a Roma, saliranno artisti, costituzionalisti, attori e musicisti. Da Ottavia Piccolo a Monica Guerritore, da Ascanio Celestini alla grande orchestra che intonerà, insieme ad un coro di centinaia di persone, il Dies Irae di Mozart ed il Va pensiero di Verdi dal Nabucco. Poi Roberto Vecchioni, un genitore della scuola di Adro, rappresentanze del popolo libico, Roberto Natale, il costituzionalista Alessandro Pace, il mondo della scuola, Francesco Baccini, Daniele Silvestri e tanti altri ancora, compresa un'orchestra del tutto straordinaria composta da elementi provenienti da tutto il mondo. Aprirà il corteo un gigantesco tricolore di 200 metri quadrati ed uno striscione che dirà che la Costituzione è viva. A condurre il palco Santo della Volpe insieme ad altre giornaliste e giornalisti. La manifestazione investirà 80 e più piazze in Italia, tra cui quella di Milano con Dario Fo e Franca Rame, Vincenzo Consolo e Nando Dalla Chiesa. Ma presidi anche in tutto il mondo: da New York a Londra, da Barcellona a Praga, da Edimburgo a Madrid. Il Comitato a Difesa della Costituzione, che mette insieme oltre 100 sigle tra partiti, movimenti e associazioni, ha presentato il programma ed ha lanciato una sfida agli italiani che amano la Costituzione. «Paghiamoci noi la manifestazione - ha spiegato Gianfranco Mascia del Popolo Viola - per questo abbiamo lanciato la campagna 60 ore per la Costituzione in cui si proverà a raggiungere l'obiettivo dei 60mila euro necessari per pagare palco e tutto ciò che serve all'allestimento». Il corteo, invece, partirà alle 14 da piazza della Repubblica, tutti muniti di un tricolore (bandiera o coccarda) e di una copia della Costituzione italiana. Tanti gli esponenti politici che hanno aderito all'iniziativa, da Pierluigi Bersani a Nichi Vedola, passando per parlamentari, non solo di sinistra, come Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci, Pino Pisicchio di ApI. «60 ore per la Costituzione». È il nome della sottoscrizione lanciata dagli organizzatori del C-Day di sabato prossimo per raccogliere fondi da impiegare per l'organizzazione della manifestazione e per l'allestimento del palco in piazza del Popolo, tappa finale del corteo che partirà da piazza della Repubblica. «Vogliamo che la manifestazione cammini con le proprie gambe e per questo chiediamo un doppio impegno ai sostenitori e ai cittadini che scenderanno in piazza: portare con sè il tricolore e un copia della Costituzione in piazza ma anche mettere mano al portafoglio e sostenere l'iniziativa con una donazione, anche di pochi euro»,ha spiegato Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori.L'obiettivo della sottoscrizione è raccogliere 60mila euro in 60 ore, denaro che sarà impiegato principalmente per l'allestimento del palco. «Se non dovessimo arrivare alla cifra che ci siamo prefissati e non dovessimo riuscire ad allestire il palco - ha aggiunto Mascia - arriveremo in corteo a piazza del Popolo e qui penseremo a forme alternative con le quali declinare questo evento». Con o senza palco, hanno assicurato gli organizzatori, saranno tanti gli interventi dedicati alla giustizia, alla legalità, alla scuola, alla cultura e alla lettura degli articoli della Costituzione. «La manifestazione - ha osservato Santo Della Volpe che coordinerà gli interventi dal palco - arriva cinque giorni prima del 17 marzo, della festa nazionale per i 150 anni dell'Unità d'Italia con la quale ha un legame speciale». Gli organizzatori hanno annunciato che è in lavorazione uno spot video che sarà distribuito a tv e siti internet per il quale attori, intellettuali, giornalisti e privati cittadini hanno prestato il loro volto e la loro voce per leggere gli articoli della Costituzione. La manifestazione di Roma, hanno ricordato in conclusione, non sarà la sola iniziativa in programma per sabato con gli stessi obiettivi: hanno, infatti, aderito molte altre città italiane oltre che Londra, Praga, Siviglia ed Edimburgo.




Sul palco della manifestazione dedicata alla Costituzione organizzata per sabato 12 marzo alle 14 a Roma, saliranno artisti, costituzionalisti, attori e musicisti. Da Ottavia Piccolo a Monica Guerritore, da Ascanio Celestini alla grande orchestra che intonerà, insieme ad un coro di centinaia di persone, il Dies Irae di Mozart ed il Va pensiero di Verdi dal Nabucco. Poi Roberto Vecchioni, un genitore della scuola di Adro, rappresentanze del popolo libico, Roberto Natale, il costituzionalista Alessandro Pace, il mondo della scuola, Francesco Baccini, Daniele Silvestri e tanti altri ancora, compresa un'orchestra del tutto straordinaria composta da elementi provenienti da tutto il mondo. Aprirà il corteo un gigantesco tricolore di 200 metri quadrati ed uno striscione che dirà che la Costituzione è viva. A condurre il palco Santo della Volpe insieme ad altre giornaliste e giornalisti. La manifestazione investirà 80 e più piazze in Italia, tra cui quella di Milano con Dario Fo e Franca Rame, Vincenzo Consolo e Nando Dalla Chiesa. Ma presidi anche in tutto il mondo: da New York a Londra, da Barcellona a Praga, da Edimburgo a Madrid. Il Comitato a Difesa della Costituzione, che mette insieme oltre 100 sigle tra partiti, movimenti e associazioni, ha presentato il programma ed ha lanciato una sfida agli italiani che amano la Costituzione. «Paghiamoci noi la manifestazione - ha spiegato Gianfranco Mascia del Popolo Viola - per questo abbiamo lanciato la campagna 60 ore per la Costituzione in cui si proverà a raggiungere l'obiettivo dei 60mila euro necessari per pagare palco e tutto ciò che serve all'allestimento». Il corteo, invece, partirà alle 14 da piazza della Repubblica, tutti muniti di un tricolore (bandiera o coccarda) e di una copia della Costituzione italiana. Tanti gli esponenti politici che hanno aderito all'iniziativa, da Pierluigi Bersani a Nichi Vedola, passando per parlamentari, non solo di sinistra, come Angela Napoli e Fabio Granata di Fli, Bruno Tabacci, Pino Pisicchio di ApI. «60 ore per la Costituzione». È il nome della sottoscrizione lanciata dagli organizzatori del C-Day di sabato prossimo per raccogliere fondi da impiegare per l'organizzazione della manifestazione e per l'allestimento del palco in piazza del Popolo, tappa finale del corteo che partirà da piazza della Repubblica. «Vogliamo che la manifestazione cammini con le proprie gambe e per questo chiediamo un doppio impegno ai sostenitori e ai cittadini che scenderanno in piazza: portare con sè il tricolore e un copia della Costituzione in piazza ma anche mettere mano al portafoglio e sostenere l'iniziativa con una donazione, anche di pochi euro»,ha spiegato Gianfranco Mascia, uno degli organizzatori.L'obiettivo della sottoscrizione è raccogliere 60mila euro in 60 ore, denaro che sarà impiegato principalmente per l'allestimento del palco. «Se non dovessimo arrivare alla cifra che ci siamo prefissati e non dovessimo riuscire ad allestire il palco - ha aggiunto Mascia - arriveremo in corteo a piazza del Popolo e qui penseremo a forme alternative con le quali declinare questo evento». Con o senza palco, hanno assicurato gli organizzatori, saranno tanti gli interventi dedicati alla giustizia, alla legalità, alla scuola, alla cultura e alla lettura degli articoli della Costituzione. «La manifestazione - ha osservato Santo Della Volpe che coordinerà gli interventi dal palco - arriva cinque giorni prima del 17 marzo, della festa nazionale per i 150 anni dell'Unità d'Italia con la quale ha un legame speciale». Gli organizzatori hanno annunciato che è in lavorazione uno spot video che sarà distribuito a tv e siti internet per il quale attori, intellettuali, giornalisti e privati cittadini hanno prestato il loro volto e la loro voce per leggere gli articoli della Costituzione. La manifestazione di Roma, hanno ricordato in conclusione, non sarà la sola iniziativa in programma per sabato con gli stessi obiettivi: hanno, infatti, aderito molte altre città italiane oltre che Londra, Praga, Siviglia ed Edimburgo.
SUPERMOTO/PRENDE IL VIA DA BUSCA IL MONDIALE
di SERGIO CONTI
BUSCA– Inizia la settimana prima, a Ottobiano, la marcia di avvicinamento al mondiale Supermoto di Busca, in programma nel kartodromo della cittadina piemontese il 2 e 3 aprile prossimi e valido per l’assegnazione del GP d’Italia. Quello del 27 marzo nel pavese, infatti, rappresenta il primo appuntamento internazionale d’Italia che il Circus ha scelto per settare definitivamente le moto e arrivare allo start di questa stagione nelle migliori condizioni psico-fisiche ma anche tecniche. Sarà ancora la TM la moto da battere? Ormai mancano pochissime settimane al via del Mondiale ed i giochi tecnici di adattamento sono (quasi) fatti. Quasi tutti i piloti sono in pista per gli ultimi ritocchi, ma per tutti l’ultima possibilità sarà offerta dalla prova tricolore di Ottobiano, la settimana prima, che sarà l’unico ma intenso esame di riparazione nelle due giornate di gare. Poi, il primo weekend di aprile tutti in pista per l’attesissimo via del torneo iridato della nuova stagione.Il campionato, come sempre, parte al buio perché non vi sono riferimenti tali da poter fare un confronto. I più attesi sono sicuramente i protagonisti dello scorso anno, ad iniziare dal francese campione in carica Thomas Chareyre, che si ripresenta motivatissimo ancora in sella alla TM factory. A cercare sin da subito di spodestare il numero uno al mondo troveremo senz’altro la coppia italiana più forte del momento, il vicecampione Davide Gozzini, da questa gara in sella alle Ktm del team 747 Motorsport, e il campione italiano Ivan Lazzarini (HM Honda). Saranno loro gli azzurri più seguiti, ma non dimentichiamo gli altri pur forti pretendenti, come gli ex tricolori Massimo Beltrami (Honda TDS Faor), Massimiliano Verderosa (HM Honda) e Fabio Balducci (Ktm). Ma, della partita saranno anche il bolognese Christian Ravaglia in sella alla Suzuki del Team Lux, il veneto Elia Sammartin (Suzuki Pergetti), Fabrizio Bartolini (Yamaha V2 Racing), Edgardo Borella (Suzuki Lux), Andrea Occhini (Suzuki Rigo), Teo Monticelli (Honda Freccia), Paolo Gaspardone (Honda Gazza IFG), Giovanni Bussei (Honda SBD Union Bike), per citarne alcuni ma che ovviamente sono solo una parte dei concorrenti italiani al via. Oltre a loro non bisogna trascurare la presenza degli altri stranieri, con il progressivo finlandese numero tre al mondo Mauno Hermunen, o ancora Adrien Chareyre (Aprilia), il transalpino pluriiridato Thierry Van Den Bosch, (PMR-H2O Aprilia). Mancherà a tutto l’ambiente l’ex iridato tedesco Bernd Hiemer, passato alla velocità in Spagna nella categoria Moto-2. Il kartodromo Kart Planet non è nuovo ad eventi di questa caratura ma per la prima volta ha l’onore di inaugurare la stagione mondiale, la più attesa, in programma sabato 2 e domenica 3 aprile nel visibilissimo percorso che comprende una contenuta e spettacolare sky section di 220 metri, questa è la caratteristica tecniche principale del kartodromo cuneese, dove si sfideranno i migliori motarder al mondo. La tappa di Busca non segna solo l’apertura del torneo iridato, ma anche l’inizio del Campionato Europeo che darà il via a molte sfide avvincenti, come nella passata edizione, nella quale dopo un lungo confronto nelle piste più belle d’Europa ha visto emergere lo sloveno Uros Nastran (Husqvarna) in classe Open e l’austriaco Lukas Hollbacher (Ktm) in S3. Il Supermotard ha raggiunto un traguardo importante sotto ogni aspetto mentre la presenza di team ufficiali e piloti di buon blasone, hanno permesso uno sviluppo sempre più ampio. Spettacolo, coinvolgimento del pubblico, elevato livello tecnico, sono gli ingredienti più appetitosi del Motard. IL CIRCUITO KART PLANET DI BUSCA- Il circuito buschese Kart Planet realizzato nel 1999, ha uno sviluppo complessivo di 1.420 metri ed è dotato di tutte le più moderne e funzionali strutture. Si presenta con requisiti di ampia rilevanza come un paddock di 10.500 mq, due tribune per il pubblico, e poi la pista che ha una larghezza media tra 8-12 metri con i migliori requisiti nazionali e internazionali in fatto di sicurezza, oltre ad un servizio di ristorazione e bar, per citare solo alcuni dei servizi e strutture presenti. COME RAGGIUNGERE IL CIRCUITO DI BUSCA Attraverso la A6 Torino - Savona:- Uscita Fossano, quindi seguire per Centallo - Busca.- Uscita Mondovì, quindi seguire per Cuneo, giunti a Cuneo seguire direzione Saluzzo, quindi Busca.- Uscita Marene, quindi seguire per Villafaletto poi Busca.PREZZO BIGLIETTI- Sabato € 10- Domenica € 20- Sabato e Domenica € 25 Under 12 omaggio- Sconti FMI





di SERGIO CONTI
BUSCA– Inizia la settimana prima, a Ottobiano, la marcia di avvicinamento al mondiale Supermoto di Busca, in programma nel kartodromo della cittadina piemontese il 2 e 3 aprile prossimi e valido per l’assegnazione del GP d’Italia. Quello del 27 marzo nel pavese, infatti, rappresenta il primo appuntamento internazionale d’Italia che il Circus ha scelto per settare definitivamente le moto e arrivare allo start di questa stagione nelle migliori condizioni psico-fisiche ma anche tecniche. Sarà ancora la TM la moto da battere? Ormai mancano pochissime settimane al via del Mondiale ed i giochi tecnici di adattamento sono (quasi) fatti. Quasi tutti i piloti sono in pista per gli ultimi ritocchi, ma per tutti l’ultima possibilità sarà offerta dalla prova tricolore di Ottobiano, la settimana prima, che sarà l’unico ma intenso esame di riparazione nelle due giornate di gare. Poi, il primo weekend di aprile tutti in pista per l’attesissimo via del torneo iridato della nuova stagione.Il campionato, come sempre, parte al buio perché non vi sono riferimenti tali da poter fare un confronto. I più attesi sono sicuramente i protagonisti dello scorso anno, ad iniziare dal francese campione in carica Thomas Chareyre, che si ripresenta motivatissimo ancora in sella alla TM factory. A cercare sin da subito di spodestare il numero uno al mondo troveremo senz’altro la coppia italiana più forte del momento, il vicecampione Davide Gozzini, da questa gara in sella alle Ktm del team 747 Motorsport, e il campione italiano Ivan Lazzarini (HM Honda). Saranno loro gli azzurri più seguiti, ma non dimentichiamo gli altri pur forti pretendenti, come gli ex tricolori Massimo Beltrami (Honda TDS Faor), Massimiliano Verderosa (HM Honda) e Fabio Balducci (Ktm). Ma, della partita saranno anche il bolognese Christian Ravaglia in sella alla Suzuki del Team Lux, il veneto Elia Sammartin (Suzuki Pergetti), Fabrizio Bartolini (Yamaha V2 Racing), Edgardo Borella (Suzuki Lux), Andrea Occhini (Suzuki Rigo), Teo Monticelli (Honda Freccia), Paolo Gaspardone (Honda Gazza IFG), Giovanni Bussei (Honda SBD Union Bike), per citarne alcuni ma che ovviamente sono solo una parte dei concorrenti italiani al via. Oltre a loro non bisogna trascurare la presenza degli altri stranieri, con il progressivo finlandese numero tre al mondo Mauno Hermunen, o ancora Adrien Chareyre (Aprilia), il transalpino pluriiridato Thierry Van Den Bosch, (PMR-H2O Aprilia). Mancherà a tutto l’ambiente l’ex iridato tedesco Bernd Hiemer, passato alla velocità in Spagna nella categoria Moto-2. Il kartodromo Kart Planet non è nuovo ad eventi di questa caratura ma per la prima volta ha l’onore di inaugurare la stagione mondiale, la più attesa, in programma sabato 2 e domenica 3 aprile nel visibilissimo percorso che comprende una contenuta e spettacolare sky section di 220 metri, questa è la caratteristica tecniche principale del kartodromo cuneese, dove si sfideranno i migliori motarder al mondo. La tappa di Busca non segna solo l’apertura del torneo iridato, ma anche l’inizio del Campionato Europeo che darà il via a molte sfide avvincenti, come nella passata edizione, nella quale dopo un lungo confronto nelle piste più belle d’Europa ha visto emergere lo sloveno Uros Nastran (Husqvarna) in classe Open e l’austriaco Lukas Hollbacher (Ktm) in S3. Il Supermotard ha raggiunto un traguardo importante sotto ogni aspetto mentre la presenza di team ufficiali e piloti di buon blasone, hanno permesso uno sviluppo sempre più ampio. Spettacolo, coinvolgimento del pubblico, elevato livello tecnico, sono gli ingredienti più appetitosi del Motard. IL CIRCUITO KART PLANET DI BUSCA- Il circuito buschese Kart Planet realizzato nel 1999, ha uno sviluppo complessivo di 1.420 metri ed è dotato di tutte le più moderne e funzionali strutture. Si presenta con requisiti di ampia rilevanza come un paddock di 10.500 mq, due tribune per il pubblico, e poi la pista che ha una larghezza media tra 8-12 metri con i migliori requisiti nazionali e internazionali in fatto di sicurezza, oltre ad un servizio di ristorazione e bar, per citare solo alcuni dei servizi e strutture presenti. COME RAGGIUNGERE IL CIRCUITO DI BUSCA Attraverso la A6 Torino - Savona:- Uscita Fossano, quindi seguire per Centallo - Busca.- Uscita Mondovì, quindi seguire per Cuneo, giunti a Cuneo seguire direzione Saluzzo, quindi Busca.- Uscita Marene, quindi seguire per Villafaletto poi Busca.PREZZO BIGLIETTI- Sabato € 10- Domenica € 20- Sabato e Domenica € 25 Under 12 omaggio- Sconti FMI
martedì 8 marzo 2011
TRIAL/ CAMPIONATO ITALIANO INDOOR CITI PRIMA PROVA
di SERGIO CONTI
MORBEGNO- Ottimo inizio per il Campionato Italiano Trial Indoor grazie all’ottima regia del Motoclub VAL.Com ha saputo offrire ai circa mille spettatori presenti un grande spettacolo di trial in una location ottimale quale il Palafiere di Morbegno. E’ stata una serata entusiasmante, che alla fine ha visto ancora una volta la vittoria di Fabio Lenzi (Montesa) che ha dato continuità al suo score vincente della stagione 2010. La prima grande notizia di questo inizio di campionato è stata la presenza di ben 24 piloti, tutti impegnati nella fasi di qualifica: i migliori per guadagnarsi una buona posizione di partenza, gli altri per conquistare uno dei cinque preziosi posti in palio per accedere alla gara.Da questa prima fase, giocatasi su quattro zone, sono usciti Orizio (Gasgas), Garnero (Beta), Saleri (Beta), Maurino (Beta), Vaccaretti (Beta), Iolitta (Beta), Tournour (Gasgas), Challoner (Beta), Lenzi (Montesa) e Grattarola (Gasgas) che in questo ordine sono partiti per la prima fase della gara vera e propria. Adesso per tutti cinque zone, una delle quali la 3, la scalinata, si rivela subito molto impegnativa, tanto che a zero passano solo un performante Vaccaretti e l’inglese Challoner, mentre Lenzi stacca un uno.Delude l’attesissimo Grattarola che si posiziona solo quinto nella generale, preceduto anche da Maurino, anche se di un solo punto. Esce di scena anche l’attesissimo Simone Staltari che cadendo nella discesa della zona 1, si procura una lussazione di una spalla e deve abbandonare. La prima fase di gara finisce con Challoner primo con soli 3 punti, seguito da Lenzi con 6 e Vaccaretti con 7 e quando si parte per la finale, con punteggi azzerati, tutto può ancora accadere. Si inizia con il classico confronto parallelo, dove tutti si scontrano con tutti: questo è il “must” di Lenzi che si rivela ancora una volta imbattibile. Fabio affibbia a Vaccaretti due punti, mentre Challoner, che ha perso tutti gli scontri, inizia con al passivo ben quattro penalità. Zone a percorrenza invertita per la finale e la lotta è punto a punto; Vaccaretti fa un bel tre alla zona due contro i cinque degli avversari, mentre Challoner accusa due punti di tempo alla quattro, mentre Lenzi stacca due netti molto importanti. La gara è apertissima fino al termine ma alla fine è Lenzi che vince, seguito da un ottimo Vaccaretti distanziato di un solo punto, mentre Challoner chiude terzo.
TREDICESIMA EDIZIONE DEL CAMPIONATO ITALIANO SUPERMOTO, LO SPETTACOLARE TORNEO DELLO SLIDING CHE RICHIAMA APPASSIONATI E PRATICANTI DA OGNI PARTE D’EUROPA E CHE FARÀ TAPPA A FINE MARZO IN UNO DEI CIRCUITI PIÙ APPREZZATI DAGLI AMANTI DELLA SPECIALITÀ
di PAOLA MAURIZIO
PREZZO DEI BIGLIETTI
SABATO: intero adulto € 10 - ridotto € 8
DOMENICA: intero adulto € 15 - ridotto € 10
SABATO + DOMENICA: intero adulto € 20 - ridotto € 15
lunedì 7 marzo 2011
«TIZIANA FERRARIO FU DISCRIMINATA» IL TRIBUNALE RESPINGE IL RICORSO RAI




Tiziana Ferrario fu discriminata. Il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro (Presidente Lucio Di Stefano, Relatore Giovanni Mimmo) ha rigettato il reclamo proposto dalla Rai contro l'ordinanza che il 28 dicembre scorso aveva disposto la reintegrazione di Tiziana Ferrario nelle mansioni di conduttrice del Tg1 e di inviata per i grandi eventi. Lo hanno reso noto i legali della giornalista avvocati Domenico e Giovanni Nicola d'Amati Anche l'ordinanza collegiale, come già quella del precedente Giudice, avrebbe ravvisato, secondo gli avvocati, sia la lesione della professionalità della giornalista sia la discriminazione da lei subita: «Sussistono elementi indiziari che convergono univocamente nel far ritenere che lo spostamento della lavoratrice dalle mansioni di conduttrice di telegiornale sia da addebitare più che ad effettive esigenze organizzative ad una volontà ritorsiva posta in essere dai vertici della redazione al fine di sanzionare il dissenso manifestato dalla giornalista nei confronti della linea editoriale impressa al telegiornale dal direttore». Ora la Rai «non ha più alcun appiglio per non eseguire la decisione del Giudice», hanno fatto notare ancora i legali della giornalista avvocati Domenico e Giovanni Nicola d'Amati: «se sarà necessario, chi si è ostinato nella mancata esecuzione dell'ordine del Tribunale sarà chiamato a risponderne personalmente nelle sedi competenti». «Le decisioni dei giudici si rispettano e si applicano anche quando non si condividono». Lo dice il consigliere di amministrazione Rai di minoranza Nino Rizzo Nervo, in merito alla decisione del Tribunale. «E questo - sottolinea Rizzo Nervo - vale ancor di più in un'azienda a intero capitale pubblico e concessionaria di un pubblico servizio per evitare ulteriori danni economici derivanti dalla mancata esecuzione di un'ordinanza». Adesso che, rileva ancora il consigliere del CdA «anche il Tribunale in composizione collegiale ha respinto il ricorso della Rai, Tiziana Ferrario deve essere reintegrata con la massima urgenza». Rizzo Nervo annuncia che è quanto chiederà giovedì in Consiglio di amministrazione che, «a propria tutela, dovrà impegnare, se fosse necessario anche con una delibera, il direttore generale in tal senso. L'ordinanza del Tribunale di Roma, sezione del lavoro, pone infine - conclude il consigliere di amministrazione - un problema che il Cda non potrà ignorare: la responsabilità personale di quei dirigenti che per aver agito, come si legge nelle motivazioni, 'con volontà ritorsiva' hanno esposto l'azienda a vertenze giudiziarie determinando un danno concreto e accertabile».Sullo stesso tenore il commento del Presidente Rai Paolo Garimberti: «Le sentenze della magistratura si applicano, non si commentano». Posizione che il Presidente aveva espresso anche sul reintegro di Paolo Ruffini alla direzione di Rai Tre.
domenica 6 marzo 2011
8 MARZO, LE DONNE 'SI RIPRENDONO' L'ITALIA
Che cosa succede quando l'anniversario dell'Unità d'Italia incontra le donne? Che cosa succede quando le donne decidono di riprendersi il Risorgimento, di scendere in piazza e dire 'la rimettiamo al mondo noi l'Italia'?Succede che 150 anni di storia si ritrovano in un giorno, che non è il 17 marzo, nascita dell'Italia unita, ma l'8 marzo, data simbolo che quest'anno per molte sarà il proseguimento di quel 'Se non ora quando' che il 13 febbraio scorso ha visto la piazza riempirsi di un milione di donne (e di uomini) in tante città italiane. Succede che 150 anni di narrazioni sul ruolo delle donne nella vita del Paese diventano autonarrazione delle donne sul loro ruolo nella società italiana. Con un compito, che è anche l'appello della manifestazione: 'Rimettiamo al mondo l'Italia'. Già, perchè non è la prima volta. Del resto si dice madrepatria, la parola nazione si declina al femminile, Italia è un nome di donna.Perchè? Da dove viene e dove conduce una identificazione così forte? Certo è che non sono state le donne a sceglierla, così come non sono loro a decidere oggi di raccontarsi come spesso fanno i mezzi di comunicazione. Maria Serena Sapegno, Nadia Urbinati, Ida Dominijanni e Olivia Guaraldo spiegano che cosa c'è dietro l'immaginario italiano del genere femminile e che cosa vuol dire (nel bene e nel male) scendere in piazza martedì prossimo per riprendersi il Risorgimento e rimettere al mondo l'Italia. «Dire 'rimettiamo al mondo l'Italia'- spiega Sapegno, professoressa di Letteratura italiana all'università di Roma La Sapienza e membro del comitato 'Se non ora quando?'- è un fatto simbolico, perché bisogna proprio cambiarla l'Italia, e devono cambiarla le donne. Serve una nascita simbolica di un'altra Italia. Vuol dire questo, non 'siamo tutte madri'». Ci tiene a precisarlo, perché il dibattito sulla manifestazione (così come su quella del 13 febbraio) aperto all'interno al femminismo è tutto su questo. «Non vuol dire siamo di nuovo costrette in quel ruolo - precisa - ma che l'Italia ha bisogno che anche le donne la producano, perchè fino ad ora non è stato così». E poi c'è «questo gioco verbale sul mondo: a causa di questa cultura orrenda tutto il mondo ride di noi. Ma se le donne possono raccontarla in un modo diverso, allora l'Italia si riapre al mondo. Oggi, dopo 150 anni, la rifacciamo noi, perchè c'è bisogno di una nazione più giusta e più egualitaria per tutti».'Se non ora quando?': è d'accordo Olivia Guaraldo, professore aggregato di Filosofia politica all'università di Verona e coautrice di 'Filosofia di Berlusconi', «perché se c'è un momento in cui bisogna scendere in piazza è proprio questo, anche se i toni usati per convocare la manifestazione del 13 febbraio erano troppo tradizionali. Dire 'la dignità delle donne è la dignità della nazione' significa mettere in campo un'equivalenza che può essere strumentale, perché le donne vengono prese e usate quando c'è bisogno di rafforzare la nazione».Per quanto riguarda l'8 marzo, Guaraldo spiega che «il Risorgimento evocato oggi potrebbe essere la necessità di mettere in discussione questi modelli», per far capire «alla società che non ci può essere una democrazia compiuta senza che al centro ci sia l'autodeterminazione femminile e la libertà femminile».Ma per rimettere al mondo l'Italia - conclude - è necessario coalizzare diversi soggetti: non solo ed esclusivamente le donne, ma tutte le persone che non si riconoscono in questo Paese.Non così per Ida Dominijanni, editorialista de Il Manifesto e membro della comunità femminile Diotima, secondo la quale "dietro le quinte della manifestazione del 13 e delle celebrazioni del 150esimo dell'Unità d'Italia si stia giocando un conflitto non dichiarato sulla figura della madre". Perché "se si richiama l'immaginario che identifica la donna con la nazione, l'ideale onnipotente della donna che può far 'rinascere' l'Italia, il rischio è di ritornare alla figura tradizionale della madre garante dell'ordine patriarcale, così come etimologicamente suggerisce la parola madrepatria: madre del padre". Per Dominijanni si tratta del "paradigma della donna brava, che lavora, mette al mondo dei figli e salva la comunità in pericolo, contrapposto alle presenze perturbanti delle ' donne permale' che circondano il Sultano". Ma non è solo questo il punto: "A me pare evidente che il Berlusconi-gate, mettendo in scena l'estrema miseria di un certo modello di virilità, colpisca la dignità degli uomini prima che quella delle donne, e dovrebbe costringerli a mettersi di fronte alle proprie responsabilità e complicità rispetto a quel modello". TUTTE LE INIZIATIVE- La discussione divide e appassiona, ma tra poche ore si torna in piazza. Basta con le mimose e i regalini, l'8 marzo deve tornare a essere una festa laica del lavoro delle donne e un momento per rilanciare le rivendicazioni: al grido di «riprendiamoci l'8 marzo», il Comitato «Se non ora quando» vuole dare in questo modo continuità a ciò che la piazza del 13 febbraio, quando ha mobilitato un milione di persone, ha espresso.In una conferenza stampa, il gruppo di donne - attrici, registe, politiche, storiche, giornaliste - ha spiegato di aver scelto il simbolo della coccarda rosa per celebrare quest'anno la Giornata mondiale della donna. Un fiocco da appendere a una statua, a un albero, alla borsa, al motorino, alla finestra, alla giacca o al finestrino della macchina.E anche un fiocco «virtuale» con cui «legarsi tutte, nel 150.mo dell'Unità d'Italia, per una rinascita del nostro Paese». Ma nessuna manifestazione organizzata: troppo vicino il 13 febbraio, e poi quella era la «loro» manifestazione mentre l'8 marzo è una data che vede storicamente protagonisti tutti i movimenti femminili. A Roma, comunque, ci sarà un «punto di presenza» a piazza Vittorio e altri tre punti in altrettante piazze della periferia; le 4 piazze saranno «collegate» da due camioncini che attraverseranno la città. Di rilievo l'iniziativa delle donne torinesi, che porteranno in dono alle «sorelle» della Locride alcune bandiere con il loro «Se non ora quando» da far sventolare nei loro paesi.TUTTE LE ALTRE INIZIATIVE DI 'SE NON ORA QUANDO'- E all'universo delle donne italiane si rivolge la piattaforma di richieste che il comitato lancia in occasione della festa: congedo di maternità obbligatorio e indennità di maternità, congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscano il licenziamento «preventivo» come le dimissioni in bianco sono le questioni rilevanti. «Bisogna tornare a considerare la maternità a carico della fiscalità generale» ha sottolineato Valeria Fedeli, ex sindacalista. Al centro, il tema della precarietà, che colpisce in modo massiccio le donne e soprattutto le ragazze. «L'8 marzo può essere - ha spiegato Flavia Perina, direttrice del 'Secolo d'Italia' e parlamentare del Fli - l'occasione per aprire un dialogo su questa piattaforma - perché non confrontarsi anche su questo?». «Nessun passo indietro rispetto ai temi del 13 febbraio - ha aggiunto rispondendo alle domande - ci sarà occasione di riprendere quel discorso, a cominciare dal 17 marzo, festa dell'Unità d'Italia». «Riapriremo dopo l'8 marzo - ha assicurato Francesca Izzo - la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica».




Che cosa succede quando l'anniversario dell'Unità d'Italia incontra le donne? Che cosa succede quando le donne decidono di riprendersi il Risorgimento, di scendere in piazza e dire 'la rimettiamo al mondo noi l'Italia'?Succede che 150 anni di storia si ritrovano in un giorno, che non è il 17 marzo, nascita dell'Italia unita, ma l'8 marzo, data simbolo che quest'anno per molte sarà il proseguimento di quel 'Se non ora quando' che il 13 febbraio scorso ha visto la piazza riempirsi di un milione di donne (e di uomini) in tante città italiane. Succede che 150 anni di narrazioni sul ruolo delle donne nella vita del Paese diventano autonarrazione delle donne sul loro ruolo nella società italiana. Con un compito, che è anche l'appello della manifestazione: 'Rimettiamo al mondo l'Italia'. Già, perchè non è la prima volta. Del resto si dice madrepatria, la parola nazione si declina al femminile, Italia è un nome di donna.Perchè? Da dove viene e dove conduce una identificazione così forte? Certo è che non sono state le donne a sceglierla, così come non sono loro a decidere oggi di raccontarsi come spesso fanno i mezzi di comunicazione. Maria Serena Sapegno, Nadia Urbinati, Ida Dominijanni e Olivia Guaraldo spiegano che cosa c'è dietro l'immaginario italiano del genere femminile e che cosa vuol dire (nel bene e nel male) scendere in piazza martedì prossimo per riprendersi il Risorgimento e rimettere al mondo l'Italia. «Dire 'rimettiamo al mondo l'Italia'- spiega Sapegno, professoressa di Letteratura italiana all'università di Roma La Sapienza e membro del comitato 'Se non ora quando?'- è un fatto simbolico, perché bisogna proprio cambiarla l'Italia, e devono cambiarla le donne. Serve una nascita simbolica di un'altra Italia. Vuol dire questo, non 'siamo tutte madri'». Ci tiene a precisarlo, perché il dibattito sulla manifestazione (così come su quella del 13 febbraio) aperto all'interno al femminismo è tutto su questo. «Non vuol dire siamo di nuovo costrette in quel ruolo - precisa - ma che l'Italia ha bisogno che anche le donne la producano, perchè fino ad ora non è stato così». E poi c'è «questo gioco verbale sul mondo: a causa di questa cultura orrenda tutto il mondo ride di noi. Ma se le donne possono raccontarla in un modo diverso, allora l'Italia si riapre al mondo. Oggi, dopo 150 anni, la rifacciamo noi, perchè c'è bisogno di una nazione più giusta e più egualitaria per tutti».'Se non ora quando?': è d'accordo Olivia Guaraldo, professore aggregato di Filosofia politica all'università di Verona e coautrice di 'Filosofia di Berlusconi', «perché se c'è un momento in cui bisogna scendere in piazza è proprio questo, anche se i toni usati per convocare la manifestazione del 13 febbraio erano troppo tradizionali. Dire 'la dignità delle donne è la dignità della nazione' significa mettere in campo un'equivalenza che può essere strumentale, perché le donne vengono prese e usate quando c'è bisogno di rafforzare la nazione».Per quanto riguarda l'8 marzo, Guaraldo spiega che «il Risorgimento evocato oggi potrebbe essere la necessità di mettere in discussione questi modelli», per far capire «alla società che non ci può essere una democrazia compiuta senza che al centro ci sia l'autodeterminazione femminile e la libertà femminile».Ma per rimettere al mondo l'Italia - conclude - è necessario coalizzare diversi soggetti: non solo ed esclusivamente le donne, ma tutte le persone che non si riconoscono in questo Paese.Non così per Ida Dominijanni, editorialista de Il Manifesto e membro della comunità femminile Diotima, secondo la quale "dietro le quinte della manifestazione del 13 e delle celebrazioni del 150esimo dell'Unità d'Italia si stia giocando un conflitto non dichiarato sulla figura della madre". Perché "se si richiama l'immaginario che identifica la donna con la nazione, l'ideale onnipotente della donna che può far 'rinascere' l'Italia, il rischio è di ritornare alla figura tradizionale della madre garante dell'ordine patriarcale, così come etimologicamente suggerisce la parola madrepatria: madre del padre". Per Dominijanni si tratta del "paradigma della donna brava, che lavora, mette al mondo dei figli e salva la comunità in pericolo, contrapposto alle presenze perturbanti delle ' donne permale' che circondano il Sultano". Ma non è solo questo il punto: "A me pare evidente che il Berlusconi-gate, mettendo in scena l'estrema miseria di un certo modello di virilità, colpisca la dignità degli uomini prima che quella delle donne, e dovrebbe costringerli a mettersi di fronte alle proprie responsabilità e complicità rispetto a quel modello". TUTTE LE INIZIATIVE- La discussione divide e appassiona, ma tra poche ore si torna in piazza. Basta con le mimose e i regalini, l'8 marzo deve tornare a essere una festa laica del lavoro delle donne e un momento per rilanciare le rivendicazioni: al grido di «riprendiamoci l'8 marzo», il Comitato «Se non ora quando» vuole dare in questo modo continuità a ciò che la piazza del 13 febbraio, quando ha mobilitato un milione di persone, ha espresso.In una conferenza stampa, il gruppo di donne - attrici, registe, politiche, storiche, giornaliste - ha spiegato di aver scelto il simbolo della coccarda rosa per celebrare quest'anno la Giornata mondiale della donna. Un fiocco da appendere a una statua, a un albero, alla borsa, al motorino, alla finestra, alla giacca o al finestrino della macchina.E anche un fiocco «virtuale» con cui «legarsi tutte, nel 150.mo dell'Unità d'Italia, per una rinascita del nostro Paese». Ma nessuna manifestazione organizzata: troppo vicino il 13 febbraio, e poi quella era la «loro» manifestazione mentre l'8 marzo è una data che vede storicamente protagonisti tutti i movimenti femminili. A Roma, comunque, ci sarà un «punto di presenza» a piazza Vittorio e altri tre punti in altrettante piazze della periferia; le 4 piazze saranno «collegate» da due camioncini che attraverseranno la città. Di rilievo l'iniziativa delle donne torinesi, che porteranno in dono alle «sorelle» della Locride alcune bandiere con il loro «Se non ora quando» da far sventolare nei loro paesi.TUTTE LE ALTRE INIZIATIVE DI 'SE NON ORA QUANDO'- E all'universo delle donne italiane si rivolge la piattaforma di richieste che il comitato lancia in occasione della festa: congedo di maternità obbligatorio e indennità di maternità, congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscano il licenziamento «preventivo» come le dimissioni in bianco sono le questioni rilevanti. «Bisogna tornare a considerare la maternità a carico della fiscalità generale» ha sottolineato Valeria Fedeli, ex sindacalista. Al centro, il tema della precarietà, che colpisce in modo massiccio le donne e soprattutto le ragazze. «L'8 marzo può essere - ha spiegato Flavia Perina, direttrice del 'Secolo d'Italia' e parlamentare del Fli - l'occasione per aprire un dialogo su questa piattaforma - perché non confrontarsi anche su questo?». «Nessun passo indietro rispetto ai temi del 13 febbraio - ha aggiunto rispondendo alle domande - ci sarà occasione di riprendere quel discorso, a cominciare dal 17 marzo, festa dell'Unità d'Italia». «Riapriremo dopo l'8 marzo - ha assicurato Francesca Izzo - la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica».
LE DONNE PDL: «NON SIAMO OCHE SE SIAMO QUI CE LO MERITIAMO»
Più che «Fattore D» avrebbero dovuto definire questa kermesse «Fattore B». B. di Berlusconi, ovvio. Tutte le donne del Pdl in campo per difendere il Capo dagli attacchi strumentali «di una magistratura politicizzata», della sinistra e di una piazza, quella del 13 febbraio, «demagogica», con donne, come certifica il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, che manifestavano accompagnate «dai loro maschietti, accecate dal furore ideologico». «Un corteo di insulti con l’unico obiettivo di chiedere che Berlusconi si dimettesse».Il «Fattore D» del Pdl, che si riunisce all’Auditorium della Tecnica di Roma promettendo di parlare di lavoro e occupazione femminile, lancia un attacco frontale al movimento «senonoraquando» e alle inchieste milanesi, senza rinunciare ad un po’ di propaganda ad uso interno sul «grande lavoro che solo i governi di destra hanno fatto per le donne»: la legge sullo stalking, più posti di lavoro, nuovi asili nido (mai arrivati), le quote rosa. Più che un appuntamento di lavoro sembra un incontro consolatorio. Il risveglio dell’orgoglio delle azzurre, portatrici sane di «valori sani», famiglia, figli, lavoro e promotrici di una nuova rivoluzione «alla fine della quale saranno gli uomini a chiedere le quote». Scettici i maschi presenti in sala. Paolo Bonaiuti consegna il messaggio scritto del premier, mentre Beatrice Lorenzin, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità invita la stampa «a lasciare respiro ai ministri in prima fila» e la governatrice del Lazio Renata Polverini, si mette in posa: «Dajè famose ‘na foto». Michela Vittoria Brambilla distribuisce sorrisi, il ministro Sacconi prende posto, non si vedono Daniela Santanché e Stefania Prestigiacomo.Si parte con le parole del premier: «Care amiche, me lo avete sentito dire tante volte: voi donne siete più brave di noi». Assicura: «Noi uomini riconosciamo questo talento in ogni ambito della vita e vogliamo che diventi un fatto normale e non eccezionale, che le donne ricoprano ruoli decisionali nella vita nostra società». Se qualcuno si aspetta una nota critica per i fatti dell’Olgettina, le prestazioni sessuali retribuite con ruoli istituzionali, macchine e gioielli, vuol dire che non ha capito nulla dello spirito di questa iniziativa. Il problema non è qui, è di là, a sinistra. Giorgia Meloni parte con toni pacati: «Qui dentro non c’è odio, noi siamo portatrici di altri sentimenti, di amore per la nostra nazione. Noi scegliamo di rispondere con concretezza e umanità». Poi sfodera gli artigli: «Noi siamo prima di tutto dei militanti non siamo delle oche. Veniamo sempre tacciate di essere “fasciste esaltate” o “prostitute” o delle “gallinelle del potere”, cito il copyright di un signore che qualcuno si ostina a chiamare “intellettuale” e che porta il nome di Giorgio Bocca». Carfagna rivendica: «Non siamo mica state catapultate dall’alto nelle stanze del potere». Ed è anche ora di finirla con questo «senso di inferiorità» rispetto alle colleghe di sinistra, «non abbiamo nulla da imparare» perché adesso «loro dovrebbero prendere lezione da noi». Cinzia Bonfrisco urla: «Siamo le sorelle d’Italia, siamo le migliori, le più capaci, nessun governo della Repubblica ha mai avuto ministre così brave e così belle». Applauso scrosciante. Gelmini alle manifestanti: «Rispetto la loro indignazione ma dico anche l’indignazione non è l’undicesimo comandamento e non ha neppure prodotto grandi risultati in questo paese». Il caldo si fa insopportabile, le sedie si svuotano quando ancora Carfagna deve iniziare a parlare per chiudere i lavori. La tavola rotonda con le parti sociali e il ministro Sacconi viene compressa nei tempi. «Ne faremo un’altra». Gianni Alemanno fa un’analisi dei fatti: «C'è una retorica del femminismo, c'è una strumentalità della sinistra che viene utilizzata in ogni circostanza. Ma la realtà di fatto è che in questi anni se l'universo femminile ha fatto qualche passo avanti» è stato per merito del centrodestra. Quanto alla violenza sessuale, Alemanno non ha dubbi: affonda le radici in «una cultura consumista, edonista, che ha presentato il sesso come una merce da consumare. Noi che crediamo nei valori della famiglia e della persona dobbiamo contestare questa cultura, nata quando si sono sradicati i valori tradizionali della società e il radical progressismo ha imposto una logica materialista». Vada a spiegarlo al premier che il Pdl è contro il sesso come merce da consumare.




Più che «Fattore D» avrebbero dovuto definire questa kermesse «Fattore B». B. di Berlusconi, ovvio. Tutte le donne del Pdl in campo per difendere il Capo dagli attacchi strumentali «di una magistratura politicizzata», della sinistra e di una piazza, quella del 13 febbraio, «demagogica», con donne, come certifica il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, che manifestavano accompagnate «dai loro maschietti, accecate dal furore ideologico». «Un corteo di insulti con l’unico obiettivo di chiedere che Berlusconi si dimettesse».Il «Fattore D» del Pdl, che si riunisce all’Auditorium della Tecnica di Roma promettendo di parlare di lavoro e occupazione femminile, lancia un attacco frontale al movimento «senonoraquando» e alle inchieste milanesi, senza rinunciare ad un po’ di propaganda ad uso interno sul «grande lavoro che solo i governi di destra hanno fatto per le donne»: la legge sullo stalking, più posti di lavoro, nuovi asili nido (mai arrivati), le quote rosa. Più che un appuntamento di lavoro sembra un incontro consolatorio. Il risveglio dell’orgoglio delle azzurre, portatrici sane di «valori sani», famiglia, figli, lavoro e promotrici di una nuova rivoluzione «alla fine della quale saranno gli uomini a chiedere le quote». Scettici i maschi presenti in sala. Paolo Bonaiuti consegna il messaggio scritto del premier, mentre Beatrice Lorenzin, responsabile del Dipartimento Pari Opportunità invita la stampa «a lasciare respiro ai ministri in prima fila» e la governatrice del Lazio Renata Polverini, si mette in posa: «Dajè famose ‘na foto». Michela Vittoria Brambilla distribuisce sorrisi, il ministro Sacconi prende posto, non si vedono Daniela Santanché e Stefania Prestigiacomo.Si parte con le parole del premier: «Care amiche, me lo avete sentito dire tante volte: voi donne siete più brave di noi». Assicura: «Noi uomini riconosciamo questo talento in ogni ambito della vita e vogliamo che diventi un fatto normale e non eccezionale, che le donne ricoprano ruoli decisionali nella vita nostra società». Se qualcuno si aspetta una nota critica per i fatti dell’Olgettina, le prestazioni sessuali retribuite con ruoli istituzionali, macchine e gioielli, vuol dire che non ha capito nulla dello spirito di questa iniziativa. Il problema non è qui, è di là, a sinistra. Giorgia Meloni parte con toni pacati: «Qui dentro non c’è odio, noi siamo portatrici di altri sentimenti, di amore per la nostra nazione. Noi scegliamo di rispondere con concretezza e umanità». Poi sfodera gli artigli: «Noi siamo prima di tutto dei militanti non siamo delle oche. Veniamo sempre tacciate di essere “fasciste esaltate” o “prostitute” o delle “gallinelle del potere”, cito il copyright di un signore che qualcuno si ostina a chiamare “intellettuale” e che porta il nome di Giorgio Bocca». Carfagna rivendica: «Non siamo mica state catapultate dall’alto nelle stanze del potere». Ed è anche ora di finirla con questo «senso di inferiorità» rispetto alle colleghe di sinistra, «non abbiamo nulla da imparare» perché adesso «loro dovrebbero prendere lezione da noi». Cinzia Bonfrisco urla: «Siamo le sorelle d’Italia, siamo le migliori, le più capaci, nessun governo della Repubblica ha mai avuto ministre così brave e così belle». Applauso scrosciante. Gelmini alle manifestanti: «Rispetto la loro indignazione ma dico anche l’indignazione non è l’undicesimo comandamento e non ha neppure prodotto grandi risultati in questo paese». Il caldo si fa insopportabile, le sedie si svuotano quando ancora Carfagna deve iniziare a parlare per chiudere i lavori. La tavola rotonda con le parti sociali e il ministro Sacconi viene compressa nei tempi. «Ne faremo un’altra». Gianni Alemanno fa un’analisi dei fatti: «C'è una retorica del femminismo, c'è una strumentalità della sinistra che viene utilizzata in ogni circostanza. Ma la realtà di fatto è che in questi anni se l'universo femminile ha fatto qualche passo avanti» è stato per merito del centrodestra. Quanto alla violenza sessuale, Alemanno non ha dubbi: affonda le radici in «una cultura consumista, edonista, che ha presentato il sesso come una merce da consumare. Noi che crediamo nei valori della famiglia e della persona dobbiamo contestare questa cultura, nata quando si sono sradicati i valori tradizionali della società e il radical progressismo ha imposto una logica materialista». Vada a spiegarlo al premier che il Pdl è contro il sesso come merce da consumare.
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